Published aprile 29th, 2016 by

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Published dicembre 5th, 2015 by

intervistaTutto è nato da un’intervista al Tg1 alla fine del 1999. Conobbi Miriam in carcere a Bogotà, dov’era rinchiusa insieme ad altri corrieri della droga italiani perché sorpresa con un carico di cocaina. Una brutta storia, ma anche la scoperta di una grande sensibilità. Tenendomi poi in contatto negli anni successivi ho scoperto una vita incredibile fatta di due fughe, un figlio dal comandante dei guerriglieri che l’avevano catturata, una lunga corsa per l’Europa inseguita dall’Interpol, il matrimonio con un tunisino durante la rivolta, e poi l’inizio della battaglia più difficile, contro un cancro. Adesso Miriam sta a Verona e, insieme, abbiamo portato avanti un progetto che ha tenacemente voluto soprattutto per far sapere ai figli cosa e perché ha fatto tutto quello che ha fatto. Ne è nato un libro che narra una vicenda personale forte sullo sfondo di una Colombia magica, intrigante, alle soglie della pace.

narcosNELL’INFERNO DEI NARCOS (Mondadori, pagg.168)

All’aeroporto di Bogotà la fermano e la perquisiscono: ha cinque chilogrammi di cocaina in valigia, e cento grammi nascosti nella vagina. E’ finita per Miriam, una giovane ragazza di Verona che ‐ per soldi, per disperazione, ma soprattutto per amore ‐ aveva accettato di fare la “mula”, la corriera della droga dalla Colombia all’Italia. In questo diario Miriam racconta la sua dura esperienza in un carcere di Bogotà, il Buen Pastor, un “inferno in terra” nel quale solo una personalità forte come la sua può resistere alla violenza fisica e alla sopraffazione psicologica. Un unico desiderio: tornare a casa da suo figlio. Un’unica possibilità: l’evasione. Il racconto di Miriam è struggente tanto è sincero. E non risparmia al lettore incredibili colpi di scena, come la cattura da parte dei guerriglieri delle Farc e l’amore per il suo carceriere, dal quale nascerà un bambino che si porterà appresso durante l’ultima rocambolesca fuga per l’Italia. Oggi Miriam è tonata a casa e ha pagato il suo debito con la giustizia e si è dedicata alla stesura di questo libro.

foto carcerePino Scaccia, già grande reporter del Tg1, raccogliendo la testimonianza di Miriam offre al lettore uno spaccato della realtà colombiana, crocevia del narcotraffico, luogo intriso di contraddizioni, dove la violenza è radicata in profondità e la legge è dominata da criminalità e corruzione. Eppure, alla vigilia di uno storico accordo tra governo e Farc, la Colombia descritta in questo libro potrebbe non essere quella di domani.

“Un viaggio dentro la Colombia delle contraddizioni, paese di smeraldi e orchidee, ma anche patria mondiale della cocaina, dove chiese e bordelli stanno fianco a fianco, mischiando preghiere e pianti. Un pianeta disperato e magico.”

Published novembre 30th, 2015 by

davide cervia

Erika aveva sei anni, Daniele quattro. Erano due bambini. Adesso sono adulti e vivono come se avessero un padre solo grazie alla grande forza di Marisa Gentile, la madre, che non ha mai smesso di battersi contro un autentico muro di gomma. Loro tre sono la famiglia di Davide Cervia, un tecnico ligure capace di capirne come pochi in quella che ormai è diventata una guerra “normale”, elettronica, fatta più di armi sofisticate che di scontri fisici. E’ sparito una sera a Velletri di venticinque anni fa. Cervia viene visto l’ultima volta alle ore 17 del 12 settembre 1990. “Ho visto un gruppo di persone che spingevano Davide con la forza verso l’interno di un’auto color verde scuro. Ho visto anche che lo hanno picchiato e subito dopo gli hanno messo un fazzoletto sulla bocca, come per narcotizzarlo. Davide urlava, faceva resistenza, tentava di difendersi. Poi, forse perché mi aveva visto o forse perché sperava che fossi nel giardino, mi ha chiamato urlando tre volte il mio nome.” Così racconta Mario, un anziano che vive solo da anni, custodendo una villa vicino all’abitazione dei Cervia.

La storia è nota, come pure sono note le battaglie contro due Ministeri, l’ipotesi che sfiora la certezza di un rapimento. Un militare italiano letteralmente venduto alla vigilia della Guerra del Golfo. Davide Cervia era infatti uno dei massimi esperti di sistemi d’arma impiegati dalla Marina Militare, tra cui l’OTOMAT, venduto in mille esemplari anche a Iraq e Libia. L’Otomat è un missile a lungo raggio antinave, paritetico Italia-Francia, inizialmente sviluppato dal consorzio Oto Melara-Matra successivamente confluito nel gruppo MBDA, società partecipata del gruppo Finmeccanica. Il missile è stato largamente impiegato dalla Marina Militare Italiana. La caratteristica principale del missile è ottenuta con un motore francese a turbina Microturbo, che consente una gittata di oltre 180 km., dunque un missile molto potente.

Le piste, oltre che in Libia e in Iraq, portano anche ad Arabia Saudita e Russia (ci furono due arresti proprio legati alla vendita di tecnologia militare all’allora Kgb). La vicenda s’ingarbuglia.  L’auto di Davide Cervia è ritrovata alla stazione Termini di Roma, poi una strana telefonata registrata, un appuntamento al buio a piazza del Popolo con due presunti spie.

Vertici delle Forze armate italiane denunciano Gianluca Cicinelli e Laura Rosati, autori del libro “Un mistero di Stato” nonché la moglie di Cervia. Tutti assolti dal tribunale di Civitavecchia. La famiglia presenta una causa civile contro il Ministero della Difesa e della Giustizia, ancora in corso. Francesco Del Grosso nel frattempo realizza un ottimo film, “Fuoco amico”, che sta facendo il giro delle sale cinematografiche italiane. L’ho rivisto a Genzano, in quei Castelli romani che Cervia, uomo perbene, aveva imparato ad amare.

Nei giorni scorsi Marisa Gentile ha portato i due figli a visitare la “Maestrale”, dove lavorava Davide. Una grande emozione, ma anche un dolore infinito perché c‘è qualcosa di peggiore della morte. Ed è il dubbio.

Published novembre 28th, 2015 by

Come ampiamente previsto, è esploso il caso kazako, cioè quella che è stata definita la “deportazione” dall’Italia di Alma Shabalayeva, moglie del dissidente Ablyazov e della sua bambina, Alua di sei anni. La Procura di Perugia ha indagato per sequestro un giudice di pace e sette poliziotti, fra cui due alti dirigenti. Della vicenda mi sono subito interessato perchè avvenuta vicino casa mia e ne ho parlato diffusamente nel libro “Mafjia” dedicandole un intero capitolo. Vale la pena di riportare l’inizio, con il racconto del blitz a Casalpalocco. Ma non è tutto, cioè non è questo il punto. Più avanti approfondisco la questione, mentre cominciamo a uscir fuori particolari piuttosto inquietanti.

ITALIA REVOCA ESPULSIONE SHALABAYEVA“Bisogna cominciare a capire perché. Cioè perché i kazaki hanno potuto fare i padroni in Italia. Partiamo da un dato accertato. L’Eni è uno dei più importanti partner privati del Kazakistan. Le relazioni con la compagnia italiana risalgono al 1992, quando venne firmato il primo accordo di ripartizione della produzione del campo di Karachaganak, nel nord del Paese, di cui dal 1997 l’Agip è operatore e da cui estrae  il petrolio con una licenza per quarant’anni. Non è certo un mistero: è scritto addirittura su Wikipedia, l’enciclopedia online. (…) Ma non c’è solo l’energia. Sono addirittura 6508 per l’esattezza i milioni di euro di fatturato delle aziende italiane in Kazakistan. E sono cifre vecchie poiché fanno riferimento alle fonti Ice del 2011. Sicuramente l’Italia è tra i dieci Paesi che negli ultimi vent’anni hanno mosso più capitali verso Astana, secondo quanto riporta il sito Invest, l’agenzia governativa kazaka per gli investimenti. (…) Secondo l’Observatory of Economic Complexity, l’Italia è il quarto Paese – dopo Cina, Russia e Germania – da cui il Kazakhstan attinge per importare beni. L’Eni non è l’unica azienda presente, anche se ha un ruolo prioritario. Ci sono anche Finmeccanica, Italcementi e numerosissime aziende di stazza medio-grande, per non parlare della banca Unicredit presente fino a poco tempo fa. Fin qui, naturalmente tutto regolare. Affari”. Ma poi ci sono i rapporti stretti di Berlusconi e le visite troppo frequenti di Prodi con Nazarbayev, un uomo che ha ricevuto il 92 per cento di consensi elettorali e che da 24 anni guida ininterrottamente il Paese ex sovietico e anche prima degli anni 90 quando questo ex operaio era diventato il brillante segretario del Pcus locale. Cifre sicuramente da regime. Non a caso, ‘Reporter senza frontiere’ mette il Kazakistan al 160esimo posto nella classifica della libertà di stampa su 179. E con documenti alla mano”. Concludo: “Non sono dunque infondati, in conclusione, i timori di Mukhtar Ablyazov. Il regime di Nazarbayev, stando ai rapporti di Amnesty International, non rispetta gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani, non soltanto la quasi inesistente libertà di stampa. Ma anche arresti illegali, detenzioni non registrate e addirittura la tortura come riportato in un dossier dell’Onu”.

Con buona pace del Viminale che ha cercato subito di smorzare la questione, dopo aver “affittato”, a quanto sembra, i suoi uffici a funzionari di un Paese straniero. Che poi quei due alti dirigenti di polizia siano stati promossi appare quasi un dettaglio. Per fortuna ci sono ancora, in Italia, magistrati cocciuti e, se permettete, anche qualche vecchio cronista che ancora si ostina a credere nella giustizia.